Aprile 2011 su Animals e un unico rammarico.

Storie scritte e disegnate
L’ultima storia pubblicata su Animals m’ha fatto bene all’umore. M’ha ridato il gusto della sperimentazione senza pudore. Dello sbagliare in pubblico, che ci sta. Quindi ‘sto mese, ci rifo. Sempre grazie alla Signora Direttora che all’ultimo gli son saltate sette pagine di cruciverba e non sapendo come riempirle ha chiesto a me:
ciai qualcosa?
Ce l’ho!
qualcosa di buono, intendo.
Ah.
va bene, mandamelo ugualmente.

Particolare da "Parto per ammazzarvi tutti e tre" pubblicato su Animals in uscita ad Aprile 2011

In questa storia, come in molte delle mie, c’è tanto scritto direbbe l’amico Bartoli. Cioè forse lo direbbe, perché non l’ha mica letta. Difficile che faccia leggere una mia storia prima che esca. Io ci ragiono su ‘sta questione del tantoscritto. A me tutte le critiche mosse da gente sveglia e del settore me ne passa manco per il cazzo, che la gente sveglia e del settore è troppo sveglia e del settore per fare critiche realmente utili, piacevoli sì, feroci sì, utili no, ma con alcuni fo un’eccezione e ci ragiono. Finito di ragionare concludo che questa mia storia  – storia, non fumetto o novel o canzuncella – è buona perché mi piace rileggerla e rileggerla e quelle invece che non succede così, che non amo rileggere, son quelle che non vanno bene. Frega un cazzo se troppo scritto o poco scritto o troppo colore o troppi segni o sailcazzo quale trasgressione al canone. La prova ultima è empirica.
Purtroppo in fase pre-pubblicazione posso utilizzare un gruppo campione assai ristretto che include sicuramente Mé, perché, come detto, non le fo leggere quasi a nessuno le mie storie prima che escano. Quasi nessuno: tre persone al massimo, più l’editore, ovviamente. Con due di queste ci vivo a stretto contatto quotidiano. Entrambe m’hanno detto: troppo scritto per un f…
Mavafanculo.

Unico rammarico
Ho un unico rammarico per le mie storie uscite su Animals, e ora la direttora s’incazzerà, ma neanche tanto, perché, tutto sommato, è intelligente. Ora però si sarà già incazzata per il tutto sommato. Ma anche no, perché, il più delle volte, arriva a capire che scherzo. Questo preambolo sta prendendo una piega suicida. Letteralmente, non editorialmente.
Da capo.
Ho un unico rammarico quando vedo le mie storie, immeritatamente, pubblicate su Animals: la stampa.
La rivista NON È stampata male, intendiamoci! Anzi. L’ottima tipografia arriva a rasentare il miracolo, su quella carta. Carta che poi è la stessa di Internazionale, capiamoci, mica cotica. Però… Però far tornare i conti è un esercizio crudele.
Epperò non è la stessa di Blue, che a quella crudeltà non si piegò e soccombette, tanto per citare una rivista dello stesso editore e della stessa direttora. Blue era stampato su una carta bianchissima, di giusta grammatura. Ho pubblicato storie e illustrazioni su Blue e sempre quando le ho viste per la prima volta ho detto Ahhh, Sì!
Già: viste per la prima volta. Perché quando lavoro in digitale su qualcosa destinato alla stampa tipografica è come per il fotografo quando scatta il suo negativo. L’originale non è il negativo: la sua stampa su carta fotografica lo è. Figurati Mappllethorpe che veda venire alla luce per la prima volta, dal nero placentale dei negativi, le sue opere su patinatino grigiastro leggero leggero della guida sorrisi e canzoni tv.
Va bene, non sono Mapplethorpe, ma mi rode il culo lo stesso, permetti?
Dice: stampati le tue cose in digitale su carta buona, oggi si può. Risponderò tentando di citare a memoria una frase, per i più insignificante, d’un personaggio secondario del bellissimo film di Spielberg “Se scappi ti prendo”: questa roba non la stampa nessuno qui, occorre molta pressione, inchiostri speciali, ci vuole un mostro da quattro tonnellate, una Heidelberg.
Sarà questione di fissazione masturbatoria, sarà questione di sfigatello di 40eppassa anni, vai a sapere, fatto sta che l’altrieri, dopo averci lavorato tre settimane per comporlo, vado in tipografia, consegno al mio tipografo un impaginato di 48 pagine più copertina, ci sediamo a scegliere due tipi di carta, uno naturale e poroso e bianchissimo per una tiratura di 800 copie di elevata qualità, l’altro per 200 copie da museo su Carta Microrigata Sacra Benedetta dal Dio Pioppo Scandinavo, gli ho staccato un assegno con tre zeri e ho pianto. Per la commozione. Per la commozione anticipata di quando vedrò finalmente per la Prima Volta gli originali di alcune mie storie uscite su Animals e Internazionale, più una inedita.
Ma di questa cosa racconterò meglio tra qualche giorno, quando avrò i volumi tra le mani ed entrate in ballo voi.
Voi che in questo mondo crudele siete, tutto sommato, amici.

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7 risposte a Aprile 2011 su Animals e un unico rammarico.

  1. Amedeo scrive:

    Io lo compro sicuramente (sempre che tu lo venda…) a patto che me lo firmi con tanto di dedica a maleparole!

  2. Carlo Gubitosa scrive:

    E’ bello leggere la passione per le cose fatte bene che traspare da questo post.

    E’ brutto pensare che al popolo del fumetto delle cose fatte bene non gliene frega una beneamata cippa.

    Basta vedere i fumetti americani ormai stampata su carta peggiore di quella dei volantini dei supermercati e piu’ leggera di quella degli aquiloni, e zeppi di pubblicita’ che ti spezzano le storie sul piu’ bello.

    In questo caso il problema non sono tanto le scelte tipografiche di un editore, ma il livello culturale di un pubblico rincoglionito da trent’anni di televisione.

    La gente sapra’ riconoscere il giusto valore alla qualita’ di stampa di un prodotto come quelli che hai in mente, al momento di decidere se portarlo via o lasciarlo nell’espositore? Sapranno apprezzare il fatto che una rivista autoprodotta come Mamma! e’ senza pubblicita’? Sapranno apprezzare il fatto che un sito e’ autogestito dai suoi autori e non finanziato da occulti capitali di ventura la cui provenienza non e’ dato sapere ai comuni mortali?

    Bisognerebbe fare dei corsi di qualita’ per “gggente” che non e’ abituata a riconoscerla.

    Con queste domande in sospeso aspetto con ansia il volume raccolta delle tue storie.

  3. Leon scrive:

    Il problema tuo non è il “tanto parlato” o “tanto scritto” o “tanto detto”.
    Il problema sono due problemi. Uno è che il tuo è un “tanto comunicato”, ed in quanto tale se ne fotte del “quanto” gli necessita per esistere. Funziona e basta. Il tanto e il troppo abitano in due case diverse. Il problema due è che quel tanto comunicato mi distrae proprio nel mentre me lo pianti su per il culo così delicatamente che mi sembra meteorismo e penso di cavarmela con una tisana al finocchio. E di questo passo il finocchio ci sarà. Ma lontanissimo dalla tisana.
    Adesso rileggi, e vedrai che i problemi sono certamente due, ma uno mio e uno tuo.
    TVB.

  4. Supersmanf scrive:

    C’ho lo spazio di fianco alle “DIVISIONI (IM)PERFETTE” che aspetta di essere riempito… devo dire altro?
    Ah sì, è ovvio come che l’acqua è bagnata che se non mi ci fai il disegnino e “tantoscritto” nonostante ogni tanto ti critico… smetterò di commentare e criticare tutte le tue vigne… ovunque le veda… tiè! Che anche io mi sa che sono un po’ nella categoria “tantoscritto” perchè non mi riesce mai di lasciare dei commenti sintetici senza cominciare a scrivere un sacco di parole per esprimere concetti che magari ci vuole poco… è solo che poi ho paura di venire frainteso o di non spiegarmi bene, perchè ci tengo che i concetti siano spiegati bene e comprensibili per tutti, no?!?
    Sì, vabbe’… prolisso come al solito…

    Salut

  5. Antar scrive:

    Io lo voglio pure io.
    Che poi uno lì per lì magari pensa pure di non essere il tipo che ci fa caso. Ma poi quando se lo ritrova tra le mani e sotto gli occhi [e nelle narici] si sorprende a pensare “qesta è la carta che diceva Marco”. Così come per il turchese [era turchese, poi?] di cui tanto blateravi per quel numero di Canemucco…
    E sì, poi si notano. Che io quel turchese [era turchese?] ancora me lo ricordo.
    Il colore. Il nome no che di ‘ste cose sono ignorante e se mi chiedi che grammatura c’ha una carta che ne so. Ma poi al tatto la riconosco.

  6. makkox scrive:

    è un po’ come porti qualcuno che s’è sempre vestito all’OVS a comprarsi un cappottino Loro Piana che ti dice ma sei pazzo, ma io un capo così lo pago un decimo e…
    poi gli dici, provalo. indossalo. toccalo. fatti toccare da lui.
    e dopo il suo mondo non sarà mai più quello di prima.
    ; )

  7. Nubetossica scrive:

    Giusto in tempo: ho appena ricominciato a percepire stipendi pagati in euro e non in bravograzieassai.

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